Dacia Maraini ci racconta la crudeltà e la resistenza

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Nel corso dell’ultimo secolo, la violenza sistemica sembra aver prodotto un effetto collaterale: l’assuefazione. Siamo esposti quotidianamente a immagini di guerre, ingiustizie e sofferenze — al telegiornale, sui social, nei dibattiti pubblici — con il rischio che diventino un sottofondo ininterrotto che non ferisce più.

Eppure, non è passato molto tempo da quando l’umanità ha attraversato il buio dei campi di concentramento, della segregazione razziale e della violenza istituzionalizzata: a distanza di ottant’anni dalla Seconda Guerra Mondiale, la promessa che quella tragedia non si sarebbe più ripetuta è stata disattesa e, anche se la memoria di chi ha vissuto quegli orrori resiste, la sua testimonianza ha ancora bisogno di essere ritrovata e ascoltata.

Una di queste voci è quella di Dacia Maraini, che in uno spettacolo tra letteratura e musica ha concluso il ciclo Pietre Miliari del Trianon Viviani, presentando il suo libro Vita mia (2023). 

Attraverso l’opera, l’autrice torna alla sua infanzia per raccontare la prigionia vissuta in un campo di internamento giapponese, dove fu rinchiusa con la famiglia per aver rifiutato di aderire al fascismo. Il suo è un racconto autobiografico essenziale e potente, che unisce la lucidità dello sguardo adulto alla forza emotiva del ricordo infantile. Fame, freddo, paura, ma anche dignità e resistenza: Vita mia è molto più di un memoir, è un atto di testimonianza che si rinnova nel presente.

Ne abbiamo parlato con l’autrice ai microfoni di Run Radio, in un’intervista che ha toccato i temi dell’etica, della memoria e della responsabilità collettiva, sottolineando il graduale venir meno della sensibilità nella storia dell’ultimo secolo.

Quel passato echeggia oggi nella cronaca e il riferimento alla Striscia di Gaza è inevitabile: in quelle stesse dinamiche di segregazione, controllo e disumanizzazione si riconosce un tragico filo rosso. Il libro dello storico israeliano Ilan Pappé, La prigione più grande del mondo, ricostruisce con rigore e dolore l’occupazione israeliana in Palestina, svelando l’apparato militare, burocratico e ideologico che tiene sotto scacco milioni di vite.

Attraverso documenti d’archivio e testimonianze dirette, Pappé denuncia l’ingiustizia strutturale che governa Gaza e Cisgiordania: non solo blocchi militari e confini invalicabili, ma anche perquisizioni, arresti arbitrari, trasferimenti forzati, violazioni dei diritti umani. Un’analisi lucida per comprendere quanto il presente sia ancora abitato dagli spettri del passato.

La riflessione etica di Maraini va, poi, oltre la dimensione umana: vegetariana convinta, ha paragonato gli allevamenti intensivi a “lager nazisti”, denunciando la brutalità normalizzata nei confronti degli animali, nella convinzione che ogni forma di violenza — anche la più silenziosa — debba essere condannata.

Analogamente, in La vita degli animali, J.M. Coetzee, premio Nobel per la Letteratura, attraverso la voce della scrittrice Elizabeth Costello smonta le giustificazioni morali e culturali alla base dello sfruttamento animale. Con uno stile narrativo che si fa filosofia, Coetzee mette in crisi l’idea di una superiorità umana indiscussa e sollecita una nuova responsabilità: non solo verso gli altri uomini, ma verso tutte le forme di vita.

Per non perdere il podcast con l’intervista a Dacia Maraini, ascolta Run Radio!

Francesca Mainardi

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